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Il nuoto in piscina favorisce l'asma?

Di Franco Sardella

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Pubblicato su AQA, Rivista di cultura acquatica, numero 0 - Luglio/Dicembre 2015

L’ipoclorito di sodio (la comune candeggina) è la sostanza utilizzata per disinfettare l’acqua delle piscine. Il cloro sprigionato da questo processo tuttavia può legarsi ad altre sostanze organiche (come ad esempio il sudore) e creare dei composti volatili irritanti per occhi e vie respiratorie: le clorammine. Diverse ricerche hanno già mostrato che chi fa nuoto agonistico soffre più frequentemente di asma e infiammazioni delle vie respiratorie e i sottoprodotti volatili del cloro sono i principali imputati.

Un’ipotesi formulata da più parti è che i nuotatori professionisti possano avere una funzionalità ridotta delle “cellule di Clara”, cellule del polmone specializzate nella prevenzione dei processi infiammatori. Per verificare questa teoria, ricercatori svedesi, guidati da Birgitta Lagerkvist, hanno misurato la funzionalità polmonare e i livelli di una proteina anti-infiammatoria, la CC16, che viene prodotta proprio dalle cellule di Clara. I 57 bambini esaminati, di 10-11 anni, avevano negli ultimi sei mesi frequentato, almeno una volta al mese e per almeno un’ora, una piscina coperta. Dai risultati

si è potuto riscontrare nei bambini un effetto avverso sulla funzionalità delle cellule di Clara, causato dalla ripetuta esposizione alle clorammine, con una minore capacità anti-infiammatoria espressa dalla proteina CC16. “Questi composti del cloro nell’aria potrebbero influire sulle vie respiratorie”, afferma la Lagerkvist, “aumentando i rischi di asma”; tuttavia questo sospetto richiede ulteriori ricerche per essere confermato e non deve indurre i genitori a evitare le piscine coperte per i loro figli. Piuttosto, suggerisce l’autrice dello studio, si può orientare la scelta su quelle piscine che non effettua- no il riciclo dell’aria e hanno una buona ventilazione.

Anche in uno studio effettuato dall’equipe del professor Alfred Bernard dell’Università Cattolica di Louvain, in Belgio, pubblicato sul British Medical Journal, si ipotizza che il cloro sia uno dei fattori causali dell’aumento di asma nei bambini. È stato evidenziato che le clorammine hanno un’associazione significativa con la distruzione delle barriere cellulari che proteggono i polmoni (epitelio polmonare), rendendo così più facile il passaggio degli allergeni. Il professor Bernard, con i suoi collaboratori, ha misurato i livelli di alcune proteine anti-infiammatorie (SP-A, SP-B e CC16), che sono direttamente correlate al danno cellulare, attraverso alcuni esami del sangue su 226 bambini delle elementari, frequentatori regolari di piscina o saltuariamente sin dalla prima infanzia, che non presentavano alcun episodio di asma precedentemente. I dati così raccolti sono stati confrontati con un campione di pari età, raccolti prima e dopo la frequenza di un’ora in piscina. È da notare che lo studio è stato effettuato su più impianti. Nulla di strano quindi se nella “rewiew” del professor Baraldi del dipartimento di Pediatria dell’Università di Padova, pubblicata sulla prestigiosa rivista Pediatric Pneumology, viene riferito esserci un rapporto diretto tra l’insorgere dell’asma nei bambini e l’esposizione prolungata ad ambienti clorati. “Bisognerebbe evitare di portare i bambini molto piccoli in piscina - sottolinea il professor Baraldi - soprattutto se al di sotto dei due/tre anni, una raccomandazione che è decisamente in controtendenza rispetto alle recenti “mode”. Studi a livello internazionale hanno dimostrato come gli atleti che praticano nuoto a livello agonistico, ovvero più di tre volte la settimana, siano decisamente maggiormente esposti a un’infiammazione delle vie aeree”. Quest’ultima frase però, a mio giudizio, non prende in considerazione un altro aspetto che è sempre relativo al mondo pediatrico: il nuoto è lo sport più consigliato nei bambini che presentano un’iper-reattività bronchiale. L’ambiente caldo-umido della piscina impedisce il raffreddamento improvviso delle vie aeree superiori, fattore scatenante nelle crisi di asma da sforzo. Oltre all’ambiente favorevole per umidità e temperatura, ci sono altri elementi a favore del nuoto, come la regolarità degli atti respiratori, un migliore rapporto ventilazione/perfusione legato alla posizione orizzontale, uno stimolo positivo sulla muscolatura respiratoria legata alla pressione dell’acqua che circonda il corpo che sta nuotando. A tal proposito è utile ricordare che le crisi di asma da sforzo sono scatenate da un incremento della quantità di aria che entra nelle vie aeree, provocando così un raffreddamento della mucosa respiratoria favorendone l’infiammazione. Da questo punto di vista, la piscina indoor, per definizione, rappresenta il luogo più adatto, sia per temperatura che umidità, in cui si riesce a evitare il verificarsi di tale situazione. D’altra parte, secondo alcuni esperti di allergologia, si ritiene che le clorammine abbiano un effetto irritante a livello delle mucose degli occhi e delle prime vie aeree, provocando sintomi respiratori che non hanno base allergica, ma sono espressione di intolleranza a tali sostanze. Solo raramente sono stati descritti anche casi di asma. Infine, c’è da sottolineare, in un’altra parte del lavoro di Baraldi, “che in Germania non si è riscontrata alcuna corrispondenza tra frequentazioni di piscine e sviluppo di asma”. Baraldi ritiene che ciò sia collegato al fatto che il cloro presente nell’acqua è in percentuale minore rispetto ad altri Paesi: da 0,3 a 0,6 mg/L, contro lo 0,6-1,2 mg/L dell’Italia e l’1-3 mg/L degli Stati Uniti. Le quantità di cloro potrebbero però essere solo uno degli elementi concausa dei dati riportati.

In conclusione, si ritiene che, pur non disconoscendo nelle clorammine un elemento che spinge verso l’asma bronchiale, non sia possibile semplificare la patogenesi considerando solo questo elemento.

È importante sottolineare che gli effetti dell’esposizione a queste sostanze a livello polmonare sono grosso modo gli stessi dell’esposizione regolare al fumo di sigaretta. I danni più consistenti legati all’inspirazione di questi vapori sono logicamente soprattutto a carico del personale che lavora all’interno della struttura, in quanto l’esposizione dose/tempo è molto più alta. Quindi l’incremento dell’asma tra chi è frequentatore di piscine potrebbe essere sostenuto da un terreno già predisposto geneticamente, che nella piscina trova in linea di massima un potenziale elemento di prevenzione, salvo particolari situazioni. Il porre molta attenzione ai dosaggi delle sostanze usate per disinfettare la piscina e il favorire una buona circolazione dell’aria dell’ambiente può servire a ridurre la componente infiammatoria nei soggetti potenzialmente asmatici. Quindi, in accordo anche con gli studi sopra riferiti, è necessario impostare uno studio approfondito su un campione significativo di bambini, da seguire per almeno 2 o tre anni, per avere un quadro completo dei rischi di asma legati all’ambiente piscina

Franco Sardella (1948-2018) - Fisiologo, specialista in Medicina dello Sport

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